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Diceva Freddie Mercury: "La cosa più importante è vivere una vita favolosa. Purchè sia favolosa, non importa quanto sarà lunga" Diceva mio nonno: se risparmi dei soldi te li ritroverai in vecchiaia; se ti risparmi nel fare l'amore, quasi sicuramente no...;o)

 

 


31 dicembre 2009

Evviva il 2010!

 Arrivano le mie prime cinquantadue primavere e non mi pesano per nulla. Sono contento di aver conservato intatto il mio modo ironico di vivere la vita e di riuscire ancora a vedere il bello che mi circonda, natura, persone, idee... A tutti quelli che ancora passano da questo luogo molto trascurato auguro di trovare la felicità nelle piccole cose quotidiane da trasformare in grandi azioni future. Buon duemiladieci a tutti...;o)




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29 luglio 2009

tempo di vacanze...

 Dopodomani me ne vado sulla montagna Corsa a camminare come piace a me. Sacco a pelo, fornelletto per il caffè e una coperta di stelle sulla testa per dieci giorni. Nelle narici il profumo dei sassi, della polvere e dei pini larici, sulla pelle il sudore della fatica e il bacio del sole che picchia.




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29 dicembre 2008

L'anno che verrà

 Vorrei fosse un anno in cui tutti si riesca ad essere più gentili l'uno con l'altro poichè la vita non dura che un momento. Felice 2009 a quelli che passeranno di qui per caso e anche a quelli che non...;o)




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5 gennaio 2006

Avanzi 2005

Pensierino domestico. Il mio frigorifero sembra quello del mostro di Milwaukee. Un’approfondita ispezione mensile rivela la presenza di carni mummificate, zucchine ammuffite, pomodori vizzi, formaggi fossili e altre membra sparse della Madre Terra, frutto delle frequenti razzie della mia famiglia nei negozi del circondario.
Bisognerebbe, ogni tanto, accantonare i problemi minori (il dibattito tra i partiti dell’Unione, le guerre americane, il declino industriale europeo), sedersi al tavolo di cucina e porsi, finalmente, le sole domande davvero fondamentali di questo inizio 2006: perché ho comprato quell’enorme melanzana? Cosa mi ha spinto ad accumulare tante uova quante ne basterebbero a sfamare un branco di volpi? Cosa ci fanno in casa mia 4 kg di parmigiano in pezzi da 300 grammi?
Ieri sera ho deciso di rispondere a queste domande frigo-esistenziali realizzando quanto segue.
Ho preparato delle fette spesse di melanzana aprendole quindi in due senza staccare le parti. In una terrina ho sbattuto delle uova tirandole a pasta consistente con l'aggiunta di parmigiano grattato e prezzemolo. Ho farcito i fagottini di melanzane con l’impasto e li ho fritti in olio d’oliva lasciandoli dorare un minuto perparte. Nel frattempo ho preparato un sughetto di pomodoro in soffritto leggero di aglio al quale, una volta tirato, ho aggiunto i fagottini fritti, lasciando il tutto in cottura per una decina di minuti a fuoco vivace.
Il mondo non avrà certo trovato una risposta ai suoi problemi strutturali ma a me resterà la piacevole sensazione di non aver buttato inutilmente il mio tempo.

Buon appetito bloggeri!




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5 settembre 2004

Beslan e dintorni (sottotitolo: noi e loro... una questione personale)

Vale sempre quello che diceva il vecchio Vonnegut: non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro. Solo, forse, che il concetto di scontro di civiltà tanto in voga tra i crociati di entrambe le parti andrebbe rivisto. Non ci sono due civiltà che si ammazzano barbaramente a vicenda (noi contro loro) come piacerebbe a Oriana & Osama, ma i vertici, le élites politiche ed economiche di due schieramenti che ammazzano la gente che sta in mezzo. I ragazzini di Beslan sono la fotografia della situazione: presi in trappola tra due follie contrapposte, tirassegno d'allenamento tra due eserciti stupidi e rozzi come soltanto gli eserciti sanno essere. Di qui l'indipendentista aspirante martire e di là lo Zar che non cede e mostra i muscoli: in mezzo rimane il ragazzino Osseto, stritolato, innocente, effetto collaterale, briciola inevitabile. Questa volta.
Le altre volte erano i pendolari madrileni, gli impiegati di New York, i civili di Falluja, i passeggeri degli autobus di Gerusalemme o degli aereoplani russi, i bambini palestinesi bombardati e chiusi dentro ad un muro, i ragazzini di Kabul, ecc. ecc. aggiungete a piacere, riempite qualche riga pure voi di gente innocente che ci lascia la pelle, l'elenco della barbarie è inifinito. Dalla Cecenia a Guantanamo, è uno scontro di civiltà? Se ammettiamo questa ipotesi bisogna subito aggiungere un corollario: civiltà comandate da teste di cazzo.

Il (debolissimo) pensiero emergente vorrebe questo: che si considerasse il mattatoio quotidiano come uno scontro tra occidente ed Islam, tra buoni che devono difendersi (noi, ovviamente) e cattivi che attaccano (loro). Mentre se si fa la conta dei morti e dei feriti, delle sofferenze e dei traumi, si scopre che ci sono due leadership di pazzi (loro Bush, loro Osama, loro Putin, loro terroristi) contro circa 6 miliardi di persone che non c'entrano niente e che temono di finirci in mezzo (noi). Noi che andiamo a scuola o a prendere il treno, o che finiamo per sbaglio sulla traiettoria di un missile o con gli elettrodi attaccati alle palle in una prigione. E' solo un piccolo cambio di prospettiva, uno spostamento della visuale, ma credo che in questo senso sì sia possibile vedere una reale contrapposizione tra "noi" e "loro"; noi le vittime e loro quelli che sparano, da una parte o dall'altra, circondati ad ideologi e consiglieri e affaristi e strateghi della forza furbi come faine, che abitino in una grotta sperduta o in una casa bianca a Washington. Tanto per piccolo esercizio, basta un'occhiata ai manifesti ideologici: i siti più trucidi della Jihad non hanno nulla da insegnare quanto a desiderio di dominio, alle patinate home page dei pensatoi USA che spiegano e spingono il New American Century.
C'è una specularità tra queste due follie, una somiglianza ideologica: da entrambe le parti il pallino è in mano ai falchi, la prevalenza dello stronzo è conclamata in ognuna delle fazioni in lotta. Sei miliardi di moderati guardano attoniti e stanno nel mezzo. Intendo in questo caso per moderati tutti quelli che rivendicano come un diritto di non essere ammazzati né da un falco né dall'altro e né da tutti e due come nella scuola di Beslan.
Anche altre letture ci convincono poco. Le democrazie sono sotto attacco, ci dice Mauro su Repubblica. Vero, ma non ci dice quanto virtuali siano queste democrazie. Che se ci fosse stata una vera democrazia in Spagna, in Iraq non ci sarebbero andati, e non avrebbero raccolto duecento cadaveri (nostri!) alla stazione di Atocha. Uguale per l'Italia, uguale per il regno Unito di Mr. Blair. Se gli americani fossero informati come tutti pensiamo dovremmo esere in una democrazia, saprebbero che Saddam non era Osama e forse si sarebbero opposti alla guerra, chissà, non si sa mai cosa può combinarti la Democrazia se per caso ti metti ad applicarla. L'esercizio di cercare chi ha cominciato, chi è stato il primo, indagare su chi è stato più stronzo con chi negli ultimi duecento anni, può spiegare molte cose, ma non allontana il mirino da quelli che stanno in mezzo, che siamo noi, parecchi miliardi di scudi umani.

Sinceramente, credo che dovremmo cominciare a prenderla proprio come una questione personale, dopotutto è a noi - a noi sei miliardi di ragazzini di Beslan - che queste due bande di stronzi sparano addosso.




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13 agosto 2004

La fine del mondo

Mi chiedo quale tipo di cultura serva per integrarsi in questa epoca, priva di qualunque grandezza… Un’epoca in cui si vive oppressi dalla miserabile pochezza delle attività umane. Uomini che in altri tempi sarebbero stati meno che fantocci oggi sono apprezzati e considerati modelli di riferimento; qualità che un tempo servivano ai viscidi per sopravvivere oggi sono considerate virtù.

Forse stiamo combattendo un nuovo tipo di guerra e questa nostra vita disgustosamente conformista, considerata “normale”, è il fronte dal quale il nemico ci attacca, solo che invece di bombe e pallottole ci tira addosso videofonini, carte di credito, chatline, centri commerciali, motori turbointercooler… e ci fa a pezzi.

Tutto il paese sta collassando sotto un così violento bombardamento. Grazie alle televisioni berlusconiane prima, e alla sua politica poi, abbiamo già perduto buona parte della nostra anima, quando anche l’ultimo brandello di speranza di ritrovare la via della dignità verrà seppellita dall’ignoranza crassa che si gonfia giorno dopo giorno, allora saremo alla vigilia della capitolazione.

Non sarà il terrorismo, un asteroide, un’epidemia, una guerra atomica e men che meno l’Islam a farci fuori: ci estingueremo per eccesso di coglionaggine.




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17 giugno 2004

E noi, a sinistra del centrosinistra, che famo?

In effetti ho tralasciato. Mi sembrava più urgente discutere del risultato del centrosinistra essendo appunto un risultato, mentre la questione relativa alla sinistra è un discorso. Discorso peraltro già cominciato un paio di anni fa quando qualcuno si illudeva che potesse essere Cofferati il punto di riferimento di una sinistra, forse non radicalissima, ma non ideologicamente riformista e soprattutto spinta in avanti dai movimenti che in quel periodo mettevano insieme l'opposizione a Berlusconi e una critica (radicalissima) alla leadership del centrosinistra. Svanita quell'illusione, il discorso fu interrotto. Per poi essere ripreso qualche mese fa proprio sull'onda della nascita del triciclo. Benissimo, dunque, anche se a differenza di allora, oggi si gioca di rimessa, l'iniziativa l'hanno presa gli altri. Tuttavia, visto anche l'insuccesso del triciclo il buon risultato delle liste alla sua sinistra (tranne una), credo che nella nuova stagione politica una delle questioni principali sarà proprio questa. Già se ne parla in qualsiasi sede, ne parliamo noi ma ne parlano soprattutto i protagonisti della vicenda.

Non so se un nuovo partito in cui confluiscano gli attuali partiti della sinistra, sia una buona idea. Troppo meccanica e scontata, probabilmente improduttiva dal punto di vista elettorale (vedi il triciclo). Neanche una federazione, però: avrebbe gli stessi difetti del partito (meno quello dell'improduttività elettorale) ma con in più quello della mancanza di coraggio. Sciogliere i propri partiti per formarne uno nuovo, sarà forse sbagliato ma almeno dimostra una certa capacità di rischiare rimettendo in discussione la situazione data. Limitarsi a una federazione tra forze diverse, ognuna con il suo segretario, il suo gruppo dirigente, le sue sezioni, le sue iniziative, i suoi assessori, consiglieri, deputati... mamma che tristezza.

E' però evidente il non senso di quattro o cinque forze che condividono più o meno le stesse idee fondamentali attorno al mondo ma marciano ognuna per sé, stando ben attente a non rischiare neanche mezzo metro quadrato del proprio campetto. Prima allora di pensare a un partito (quello semmai viene dopo), ci vorrebbe un'idea politica. Un progetto, insomma, sul quale discutere in libertà e in pubblico (col pubblico), e che sia capace di misurare la radicalità che queste forze esprimono con la realtà che queste stesse forze vogliono cambiare. Magari governando, visto che questo mi pare sia l'obiettivo che tutte si propongono, Rifondazione compresa. Sarebbe un'ottima risposta al progetto riformista che già vacilla, tanto che lo stesso Prodi si è affrettato a proporre una costituente non della sua lista ma di tutto l'Ulivo. Un'implicita ammissione che il triciclo non cammina ma anche un tentativo di riagganciare quelle forze alla sua sinistra che rischiano di prendere un'altra direzione. Fossi in loro, rischierei.




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16 giugno 2004

Per Ciccio, Orfini e gli amici della lista unitaria

Mettiamola così. Il risultato politico delle elezioni ci fornisce due buone notizie e mezzo, e una pessima. Purtroppo però le due buone e mezzo non compensano la pessima. Le buone sono appunto che Berlusconi e il suo partito sono stati sconfitti, e anche pesantemente e che i partiti a sinistra della lista Prodi hanno ottenuto un buon successo (a cominciare da Rifondazione, ovviamente, che riceve un premio non solo per la sua radicalità ma anche per aver scelto di giocare la partita dentro la politica). La mezza buona notizia è che il progetto del partito riformista non viene premiato ma penalizzato se non sconfitto. La pessima è che l'opposizione non vince, mentre dopo tre anni di questo governo, con la situazione internazionale che c'è, il dilagare del berlusconismo di Berlusconi (e non solo suo), poteva vincere. Lui perde ma la sua maggioranza no. E adesso ci saranno due anni di tempo per correggere il tiro, cambiare i toni, moderare l'estremismo del cavaliere. Ripresentarsi sulla scena con una faccia più democristiana, più rassicurante. La fotografia dell'Italia scattata nelle urne ci mostra allora un paese congelato, due schieramenti praticamente identici che si fronteggiano, una volta vince l'uno, una volta l'altro, una terza (questa) pareggiano. Gli spostamenti di voti, quando si verificano, avvengono nello stesso campo, da Forza Italia all'Udc, dai Ds a Rifondazione o al Pdci. Noi non prendiamo i voti loro e viceversa, solo che al governo ci sono loro e se va avanti così dubito che tra due anni ci saremo noi.

Io che non ho certo votato per il triciclo, tuttavia mi auguravo che questa nuova lista prendesse qualche voto in più, soprattutto speravo che li togliesse all'avversario. Non c'è riuscito, e qui si misura il suo fallimento. Un grande partito democratico o riformista, unione delle due culture fondamentali del nostro novecento, garante della democrazia e della costituzione ma moderno e innovativo (questi i luoghi comuni che ne hanno accompagnato l'esordio) non può accontentarsi di sommare i voti dei partiti che l'hanno generata. Quando poi neanche questo accade, francamente non capisco proprio come i suoi leader possano esultare. Lo dico dal loro punto di vista e non dal mio (io potrei anche accontentarmi di un riequilibrio a sinistra ma dimostrerei una certa miopia politica, un'eccessiva attenzione al mio orticello). E' la loro operazione politica che non ha funzionato, non è stata capita, sostenuta, approvata dagli elettori. La stessa immagine di Prodi ne esce decisamente appannata, o forse lo era già. Per non parlare di D'Alema, Fassino, Rutelli che da cinque anni ci guidano da una sconfitta a un pareggio. Se fossi in loro mi fermerei a riflettere, prenderei atto di aver perduto la scommessa e ne trarrei le logiche conseguenze. Mettendo in discussione l'intero progetto (soprattutto da parte dei Ds, che annullano l'identità che viene loro immeritatamente riconosciuta, non presentano il simbolo, perdono voti a sinistra e non ne guadagnano al centro), ma anche rimettendo se stessi in gioco, a cominciare dallo stesso Prodi. Non lo fanno ed esultano per non farlo. Felici di aver perso.




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9 giugno 2004

Le due americhe (e i loro lacchè)

Ogni tanto qualcuno chiede come mai ci si indigni tanto per la pena di morte negli USA, e non abbastanza quando quel barbaro supplizio viene comminato in Cina, in Iraq o in Arabia Saudita. Eppure la spiegazione è semplice: gli USA sono – tra le tante altre cose – anche una grande democrazia, nonché la società più visibile (e vistosa) al mondo. Sono il paese degli orridi pistoleros razzisti che odiano i negri, i froci e i “comunisti” (cioè chiunque non sia un pistolero razzista), ma anche il paese di mille battaglie sui diritti civili.
I miserabili cortei di forcaioli che esultano davanti ai bracci della morte e coloro che della tortura fanno un sistema di “reperimento informazioni”, fanno specie proprio perché arrivano da un popolo che siamo abituati a considerare civile.
Si diceva, tempo fa, che ci sono almeno due americhe: una che sogna la libertà per tutti, l’altra che la sveglia a fucilate. Quelle due Americhe ci sono ancora. E quella con il fucile sembra ancora la più forte.




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2 maggio 2004

E pigliamoci per il culo pure da soli...

Le ultime mosse politiche della mia "sinistra" hanno un difetto francamente inaccettabile riferite a persone animose e brillanti: una stucchevole prevedibilità. Ricalcano, tutte, la vanitosa intransigenza "purista" di quelle vere e proprie accademie "revolutionary correct" che sono i partitini estremisti sin qui succedutisi, con trionfale inutilità, nella sinistra italiana.
L'oggetto della discussione, nei nostri consessi, non è mai il da farsi, ma il da non farsi: così da produrre un lungo e succoso bilancio di dinieghi, astinenze e rifiuti come prova del nostro valore. La circostanza è tanto più inspiegabile se si pensa che l'altra sinistra non è affatto un partitino. Ma una parte politica importante, con milioni di elettori, dei quali non si può pensare che desiderino far pesare solo la propria virtuosa assenza.




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30 aprile 2004

Pigliamoli per il culo (uno)

Da anni intuivo che il volto e l’espressione del professor Buttiglione – che appaiono come scompaginati dalla recentissima esplosione di un petardo – ci dicono qualcosa di importante. Ma non capivo esattamente cosa. L’altra sera, nel corso di un tigì, mi è parso di capirlo. Il volto e l’espressione del professor Buttiglione ci dicono che la politica italiana terrorizza per primi i suoi artefici. Non la capiscono e non la controllano più. Non ne sono i protagonisti, ma le vittime. Le parole con le quali, in pochi secondi, cercano di spiegare ciò che non hanno affatto capito, servono soprattutto, se non solamente, a rassicurare se stessi.
Fateci caso: ogni colpo di telecamera, ogni domanda coglie il professor Buttiglione attonito e stralunato, come la cernia nei documentari marini. Risponde a tono (è allenato), ma è lo sguardo tondissimo e fisso che colpisce lo spettatore, infine affratellato al professore dallo stesso sentimento di sgomento.
Da dove veniamo? Dove andiamo? Chi siamo? Di tutti coloro che sono preposti a sciogliere questi enigmi, Buttiglione è il più promettente. Il suo volto sbalordito ci fa sperare che sia proprio lui, per primo, a confessarci finalmente che non lo sappiamo, né mai lo sapremo.




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29 aprile 2004

Per tutti quelli che

Si, il blog è pettegolo e approssimativo. D’altra parte nemmeno Tocqueville riuscirebbe, tutti i santi giorni, a scrivere qualcosa di memorabile riciclando mezze chiacchiere e mezze frasi rubacchiate qua e la. La polemica ricorda quella, ricorrente e insoluta, tra calciatori e cronisti sportivi. Gli uni ostaggi degli altri e viceversa, vittime di una sindrome di Stoccolma a doppio taglio nella quale non si capisce più chi sia l’ostaggio. Il rimedio c’è, ma è improponibile: bisognerebbe ammettere che non sempre si ha qualcosa da commentare e non sempre qualcosa da scrivere. Che ci sono giorni in cui la vera notizia è il silenzio, utile per ricaricare le pile e far stagionare pensieri e parole. Pura utopia nell’era della quantità, dove l’assenza è vissuta come una colpa, come se ognuno di noi temesse di far mancare un immaginario numero legale.

Così noi (e io per primo che scrivo tutti i giorni lavorativi) spesso produciamo parole per puro “orror vacui”. Per la paura che il vuoto ci inghiotta. Proprio quel vuoto che potrebbe salvarci.




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18 marzo 2004

Alle volte è utile ripetere delle ovvietà

Le sciocchezze profuse a piene mani dai politici del centrodestra non costituiscono, a ben vedere, l'aspetto più contundente del pensiero berlusconiano. Ce n'è uno ben più minaccioso, ed è il continuo far cenno alla "gente" e allo "stare dalla parte della gente". Una specie di intercalare fisso, di tic nervoso che percorre le dichiarazioni dei politici con ossessiva frequenza.

La gente in generale non è sede di ogni virtù, e la gente di questo paese in particolare non gode di un curriculum politico e civile tale da farcela considerare sicuro strumento di redenzione. Ciò che divide nel profondo un uomo di questa destra da un uomo di "sinistra" è, in fondo, la ben maggiore ambizione (o presunzione) del secondo: alla destra basta cambiare la classe dominante, l'uomo di sinistra considera almeno altrettanto importante cambiare la classe dominata.

(dedicato a Fassino, Rutelli, Prodi, Boselli & Co)




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6 marzo 2004

Qulucano di noi...

Sceodno dei recaricorti dlel'Utievnsirà di Cmabrigde non iomrtpa in qlaue oidnre vnongeo sritcte le ltrteee in una proala, l'uicna csoa ipotamrnte è che la pirma e utilma lteetra saino al psoto gusito. Il rseto può esesre una cnuosifone ttaole ed è cmunoque psoibisle lgeerlgo sneza porlembi. Qusteo prcehè la mnete uamna non lgege ongi sngiola lteerta, ma la praloa nel suo isienme. Irecldinibe no? Videmao se cpaite acnhe qesuta: irei qulucano ha dteto un'artla stnozatra.




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17 febbraio 2004

Pari e dispari (le targhe, voglio dire...)

L’adattabilità della specie Homo sapiens alle condizioni ambientali più difformi ha fatto la sua fortuna. Viene il sospetto che possa diventare la sua rovina. La cosiddetta “emergenza inquinamento” viene vissuta, ormai, con tranquilla assuefazione, forse con una punta di affettuosa familiarità.

Ci si arrangia con le targhe pari e dispari, con le bici e i motorini, si cerca di respirare pochino e pianino in attesa di rifarsi i polmoni nelle domeniche senza auto, sostanzialmente ci si è arresi all’evidenza di città fetenti, strade mefitiche, giornate tossiche.

Un po’ di panico in più, forse, non guasterebbe. Un po’ di angoscia strutturale, rivolta non al lunedì successivo ma alle condizioni di stabile avvelenamento in cui sopravviviamo. Un po’ di disobbedienza alla legge totalitaria “produci di più, consuma di più, sporca di più” che sottrae tempo e somma guasti. E soprattutto un po’ di simpatia, di curiosità per il segno “meno”, questo grande sconosciuto dei nostri tempi. Terrore di tutti i manager, il “meno” può diventare il nostro grande alleato.

Speriamo di poter diventare, un giorno, la specie meno adattabile, finalmente la più intelligente.




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16 febbraio 2004

Il Comunismo sarà pure morto ma io resto comunista

Il fastidioso bilancio del comunismo di potere permea ormai in profondità le coscienze di chi, come me, comunista è stato. Questa mortificante coscienza del fallimento convive, però, con un’altra certezza, parimente forte e perfettamente contraddittoria: che quell’appartenenza, quella cultura, quella militanza (proprio quelle) sono state occasione di crescita, di riscatto, perfino di autentica liberazione per milioni di persone, specie gli umili, gli sfruttati, i senza nome che dentro quella “scuola” si sono costruiti una dignità e una identità prima impensabili. Se del comunismo è inevitabile avere una pessima memoria, di quanti comunisti non possiamo che avere un’ottima memoria? Risparmio l’elenco dei nomi: ognuno di noi ne ha parecchi in mente. Questo mistero (e/o schizofrenia) è ciò che rende profondamente diverso il comunismo dagli altri totalitarismi. E la mancata comprensione di questo stretto e drammatico sviluppo tra un’ideologia dagli sbocchi oppressivi e la sua capacità di suscitare anche coscienza critica, moralità, storie umane degne di essere ricordate, è ciò che rende monca, e poco affidabile, un’analisi storica come quella in voga, che ritiene di riflettere sul comunismo ma omette di riflettere sui comunisti.




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20 gennaio 2004

Ahh... il federalismo!

Coltivo un sospetto inconfessabile, e voglio finalmente liberarmene: ma di questo famoso federalismo, gliene fregherà davvero qualcosa a qualcuno? E’ davvero la questione delle questioni, e addirittura la scintilla di un memorabile moto rivoluzionario? E com’è che, fino a una decina di anni fa, i federalisti in Italia, erano in tutto una quindicina, considerati più o meno alla stregua degli adoratori del Dio Serpente (dei simpatici allucinati), e tutto d’un tratto non c’è politico che non assicuri, prima di tutto, di qualunque cosa si stia parlando, che naturalmente, si capisce, lui è un convinto federalista? Non sarà una mera questione tecnico-amministrativa (importante per carità: ma non più di tante altre) che solo Bossi e i suoi prendono così sul drammatico? Non sarà che i deputati leghisti e i voti al Carroccio con il federalismo c’entrano pochino, e assai più semplicemente trattasi di voti prima di protesta fiscale e sociale, poi banalmente di centrodestra?

Me lo chiedo, sia chiaro, non per spirito polemico. Ma perché anch’io, si capisce, sono federalista. E vorrei capire perché.




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17 dicembre 2003

Nè ragni, nè mosche.

Conosco molte persone di sinistra. Posso dire di conoscere bene, ormai, la sinistra italiana nel suo complesso. Ne penso un gran bene. Siamo, nella grande maggioranza, persone oneste, piuttosto sobrie nella vita privata e piuttosto civili nella vita pubblica. Siamo portati per la cultura, le discipline intellettuali, dotati in genere di intelligenza vivace e di acume critico, direi decisamente più riflessivi della media della popolazione italiana. Siamo impareggiabili come organizzatori di feste di piazza, di ristorazioni di massa e Dj-session, insomma eccelliamo nel nobilissimo nonché utilissimo campo della convivialità.
Non parliamo, poi, del primato a dir poco clamoroso nelle arti le più disparate: molti di noi sono diventati eccellenti registi, ottimi cantautori, scrittori di vaglia, attori di talento, maestri della pittura. Non si contano gli artisti di sinistra che hanno avuto successo, esattamente come non si contano gli intellettuali di sinistra che godono di grande prestigio.
A questo punto, c’è solo una cosa che non riesco più a capire: perché ci ostiniamo a occuparci di politica, visto che è l’unica cosa che non siamo assolutamente capaci di fare?




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25 novembre 2003

Per quelli che sono qui per caso e anche per quelli che non.

A meno che non vengano scritte da personaggi famosi o importanti (e certamente non è il mio caso) di solito le descrizioni dei libri non le legge quasi nessuno, specialmente se i libri – e in questo caso mi riferisco al Cannocchiale e a tutti i blog che lo caratterizzano – sono belli, intriganti e ricchi di poliedrica autoreferenzialità.
Ma mi sono sentito di scrivere anche io qualcosa, oggi e non un paio di mesi fa quando è stato proposto dalla Miss, e siccome non mi sento adeguato (io, semplice blog di chiacchiere ricopiate e un po’ invidioso delle avventure dei miei amici blogger) a parlare di cose non conosco, lo faccio prendendomi una piccola rivincita.
Scrivendo cioè quello che penso veramente dei Blog del Cannocchiale.
E’ da quando vi ho conosciuto ed ho letto i vostri post arditi e apparentemente sconclusionati che mi frulla una domanda per la testa.
Ma chi ce lo fa fare?
Ovviamente ho cercato di darmi delle risposte, analizzando con calma, fredda e disincantata professionalità i diversi scenari possibili.
Mi sono quindi chiesto: ma lo facciamo per sport?
Scrivere di tutto e di niente, di se stessi e degli altri, delle proprie ansie ed aspettative, dell’amore e delle delusioni di una adolescenza che si fatica ad abbandonare è considerabile uno sport?
Certo, qualcosa di sportivo c’è.
Tutta la parte”commentistica” ad esempio: e non solo quella che costringe blogger, magari esausti, a lasciare commenti in post “vertiginosamente verticali” per arrivare ad una rassicurante condivisione, ma anche quella che costringe a fare commenti “al contrario”, ovvero a provocare. Parole ondeggianti, doppi sensi, smile, sguardi rivolti a scavare dietro alle parole.
E allora se non è per sport, lo facciamo per l’avventura?
Certo, qualcosa di fascinosamente avventuroso c’è nell’andarsene in blog di cui non conosci gli Autori altro che per un nick. E’ un’avventura un po’ strana, tra scienza, incoscienza e tecnologia, in un mondo globalizzato che per accorgersi dell’avventura richiede sfide sempre più estreme e spesso insensate, del tipo “mille-giorni-su-una-barchetta-a-remi-nei-quaranta-ruggenti-con-solo-un-temperino-ed-una-scatola-di-sardine” (della marca dello sponsor), in un mondo in cui ogni giorno viene di chiedersi se è più avventuroso chi si butta giù nel vuoto da un ponte con un cordino elastico alle caviglie o una mamma con carrozzina e bebè che attraversa Corso d’Italia coi semafori guasti.
E allora, se non è per avventura, lo facciamo per la fama?
Certo, un po’ di ambizione c’è. Ma lo sforzo, rispetto alla dimensione del pubblico, è inesorabilmente sproporzionato. Anzi, se fossi un “direttore di rete”, o un produttore di fiction, dovrei spietatamente dire che lo share è troppo percentualmente insignificante. Nello stesso mondo di prima, quello globalizzato ma qui anche nazionalpopolare, i post autoreferenziali non fanno audience. A chi mai volete che interessino post pseudoletterari, quipercasistici, luogocomunisti, protoesistenzialisti? E basta poi, il ristretto pubblico dei blogger per cercare ed ottenere la fama?
Forse no: l’ambizione può essere soddisfatta dall’ammirazione dei blogger o dalla pubblicazione sull’inserto cartaceo del Cannocchiale, ma la fama, siamo seri, è un’altra cosa, che può portare a rinunciare alla propria vera identità e non a confinarla, come facciamo, nell’angusto spazio dei post.
E allora, ma chi ce lo fa fare? Per quale accidenti di motivo facciamo tutto questo?
Leggendo qua e la alcune pagine del Cannocchiale credo di aver capito qualcosa.
Credo di aver capito che lo facciamo per conoscere l’origine delle cose, andando a cercarla dove è giusto e ovvio che sia: nel cuore delle persone.
Credo che lo facciamo perché quando si entra in contatto con la natura più vera delle persone, con le sue asprezze, le sue bellezze, il suo buio infinito, la sua luce accecante, i suoi misteri, le sue verità, con la sua generosità e con la sua spietatezza, quando si entra in simbiosi con tutte queste cose e con le mille altre che immagino e non so descrivere, venga la voglia di fare sempre di più per farle conoscere ad altri, per farle apprezzare, per farle difendere.
Noi facciamo quello che facciamo per dare e non per ricevere.
Scoprire il filo che accompagna i nostri pensieri significa fare qualcosa di più che dire di condividerli, significa impegnarsi perché questo avvenga. Significa forse giocare il ruolo scomodo impopolare e faticoso della “coscienza” di un gruppo di persone che farebbe bene, qui come nella vita reale, a cercare di evitare la sorte di un suo precoce inaridimento.
Noi facciamo quello che facciamo per amore.
Io credo di averlo capito e per questo vi sono grato. E se avete avuto la forza di leggere queste mie sconclusionate parole, spero che troverete anche voi, come me, il filo conduttore che lega i post del Cannocchiale al nostro futuro.




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22 novembre 2003

Per Olifante (dietro ogni post c'è sempre un nick)

In molti commenti ai post del Cannocchiale è possibile trovare Olifante, con espressione immutabilmente cordiale, che dibatte. Che i suoi interlocutori siano di destra, di sinistra, protoesistenzialisti, quipercasisti, luogocomunisti, ad Olifante poco importa. Egli si rivolge con urbanità, a tutti, e sempre con lo stesso tenace proposito, che è quello, ammirevole, di trovare punti di convergenza.
C'è chi lo legge con un sorriso affabile, se non altro per contraccambiare la sua buona educazione, e chi addirittura prende appunti; ma c'è chi, sgarbatamente si distrae, commenta con altri, confeziona post di disturbo e mette in dubbio la sua "unicità". Poichè quest'ultima tesi è stata dichiarata plausibile dallo stesso Olifante, egli ogni tanto è costretto ad informare, sempre con la grazia che lo contraddistingue, le altre parti della sua trinità dei nuovi dialoghi intrapresi durante la sua dura giornata di blogger. Quando anche le sue parti, che pure lo rispettano, cominciano ad andare in giro a commentare su altri blog, Olifante prende atto, lieto, che ci sono comunque dei punti di convergenza con il dibattito quotidiano.




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19 novembre 2003

Per Smog e Circonferenza (dietro ad ogni post c'è sempre un nick)

In ogni rissa che si rispetti c’è sempre uno dei rissanti che si incarica, sopito il primo focolaio, di riaccendere le ostilità.
Di solito è uno che, mentre i contendenti si riassettano la giacca e si allontanano da parti opposte, all’improvviso non ce la fa più, si volta e grida “E DE TU SORELLA”, o simili.
E tutti tornano correndo sui loro passi e ricominciano a menarsi.
In questo ruolo, sul cannocchiale, sono impareggiabili Smog e Circonferenza, il cui comportamento, in occasione del “dibattito politico odierrimo”, è stato semplicemente esaltante.
Hydra aveva appena intimato al mediatore politico di tacere, Marione aveva appena fatto la sua mezza marcia indietro, il tapiro era stato consegnato, insomma si stavano rinfoderando i bastoni, quand’ecco Smog prorompere nel suo “e de tu sorella” (scopa nel culo di olifante n.d.r.).
Mafioso, schifoso, impunito, stai attento che non finisce qui: è il sunto del sereno discorso rivolto da Smog e Circonferenza a Olifante quando era già chiaro che il buon senso aveva vinto.
I blog, come i giornali, ad una certa ora della notte chiudono. Solo per questo motivo non potremo leggere che a tarda notte, mentre olifante dorme, Smog e Circonferenza saranno sotto casa sua, con le mani aperte a cerchio, gridandogli di scendere…




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18 novembre 2003

Per Fetish (dietro ad ogni post c'è sempre un nick)




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17 novembre 2003

Per Zoffoli (dietro ad ogni post c'è sempre un nick)

Nel vasto emiciclo della facoltà di Architettura dell’Università di Roma del quale Zoffoli era finalmente diventato Prof. Titolare, gremito e stipato fino all’inverosimile di studenti e studentesse (che tutti ammucchiati fumavano, urlavano e fornicavano o almeno sognavano di fornicare) si fece silenzio. Era pur sempre un uragano di strepiti ma di minore intensità del terremoto che imperversava dalle 8:30 del mattino di lezione universitaria, quando i 13.000 studenti del IV anno del corso di architettura si erano lanciati in una folle gara-corsa alla morte per accaparrarsi i 26 posti a sedere nella prima fila dell’emiciclo.
Gli studenti corsero e accorsero selvaggiamente dal Tiburtino, Centocelle, Piazza Mazzini, Monti, Prati, Boschi e paesi vicini, straripando dagli autobus, tram e motorette, tutto schiantando e travolgendo, per farsi vedere presenti in prima fila e per farsi segnare la “presenza”.
Il silenzio di attesa, rotto da urli frenetici e bestiali, era attraversato da aeroplani e aereoplanini di carta che volavano senza posa da un capo all’altro dell’emiciclo fra un continuo lampeggiare di fiammiferi e accendisigari e una spessa nuvola di sigarette e continui richiami di sms.
Erano ormai le 15:45 del mese di novembre, prima lezione dell’Anno Accademico Zoffolico, cioè tenuto dal Finalmente Prof. Zoffoli. Lui odiava rinunciare alla sua siesta pomeridiana per andare a fare la sua lezione (segnata ore 9:00 sull’orario del mattino) a quei forsennati candidati disoccupati. Ma quelli si erano mossi all’alba, avevano portato le pagnottelle, avevano infranto gli sbarramenti dei teppisti, dei carristi, dei blogghers che erano a caccia di matricole per mangiarle vive.
Quindi il Finalmente Prof. Titolare Zoffoli entrò con la toga, preceduto da 31 contrattisti (di età media 64 anni) + 12 assistenti involontari + 5 recidivi + 13 ricercatori + 8 incaricati a tempo indeterminato + 18 seguaci delle sue teorie + il suo autista personale con la divisa + il barbiere, il fotografo, il portatore di vini, uova, pesci e formaggi. Aerei di carta e pernacchie terribili attraversavano l’aria fumosa in tutte le direzioni, mentre quelli che finivano la colazione buttavano giù grossi molliconi di pane e le cartacce appallottolate per avvolgere la colazione, carte oleate ecc. Anche buccioni di banane tutte sbrindellate volavano selvaggiamente di qua e di là cogliendo la gente in faccia, come niente fosse.
Il bidello venne col camice grigio a predisporre il microfono che fece un fischione da FF.SS. Poi fu spostato il piedistallo del microfono sul pavimento dove ballavano e mancavano le mattonelle, una si e una no. Allora dall’altoparlante difettoso uscì una serie di tuoni assordanti. Le ragazze si tapparono le orecchie, i maschi bestemmiarono. Il Finalmente Prof. Zoffoli si era accomodato per un po’ su una seggiola ove pisolava dietro gli occhiali fumè. Gli assistenti rispettarono il suo riposo, confabulando tra di loro animatamente a gruppi e capannelli. Verso le 16:30, il baccano era di nuovo aumentato a vertici intollerabili: il Finalmente Prof Zoffoli si agitò, si pulì gli occhiali, scatarrò nel fazzoletto, tirò fuori il Riformista, se lo guardò. Poi chiese permesso ai collaboratori e andò al gabinetto di piastrelle bianche ove sedette per ¾ d’ora. Scese un attimo al bar d’angolo, si fece fare un espresso, andò a giocare al lotto, scrisse un post sul Cannocchiale, fece una visitina alla sua collega napoletana, dispose per giocare a carte la sera, risalì su in aula ove chiese silenzio.
Ottenutolo congedò tutti.
Tolse la toga, si fece infilare il soprabito e scese giù con l’autista che gli aprì lo sportello dell’automobile. Il Finalmente Prof. Zoffoli si accomodò dietro e tirò le tendine sbuffando…




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15 novembre 2003

per l'inserto del Cannocchiale (dietro ogni post c'è sempre un nick)

Saluto sportivamente, continuamente, l'inserto del Cannocchiale, nel nuovo e nell'antico rito. Oggi nell'inserto odierno, l'eccipua presenza di alcuni blogghers, tutti egualmente meritevoli e simpatici, del nostro sbonzor il Riformista, perchè è così, nella sintetica amicizia. Un applauso autentico amici blogghers, e nuovamente discutendone, dei presunti scrittori che nulla hanno a che vedere con i veri giornalisti, festanti insieme a noi. Onorevole River, simpaticamente e l'amico fetish, di questa nuova Italia che vuole capire e conoscere, pur nel mutamento, senza intimorire un appello al rinnovamento.
Grazie.

(Ananasso Biscardi)




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13 novembre 2003

per marioadinolfi (dietro ad ogni post c'è sempre un nick)

Tu sei un semaforo
Tutti veniamo da te
E ci fermiamo
E ti guardiamo
E tu ci guardi
Col tuo occhio verde
E tu ci guardi
Col tuo occhio rosso
E tu ci guardi
Col tuo occhio giallo
E noi diciamo: “mannaggia!”
La notte rimani solo al crocicchio
Non chiudi occhio
Vai avanti a forza di volontà
E il giorno dopo tu sei già là
Tranquillo mentre tutti si arrabbiano
Quante ne vedi
Quante ne senti
Ma tu non perdi mai la calma
Io ti ammiro
Ma certe volte non capisco come fai
A non mandare tutti a quel paese.




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12 novembre 2003

Per Nilus e Ottovolanteliala (dietro ad ogni post c'è sempre un nick)

Chi si recasse in visita al monastero euchessino di Perpandour, sette pietre miliari a Est di Clermont Ferrand, noterebbe, in condizioni di luce favorevoli, che al settimo capitello del frontale, contando da destra a sinistra, manca il caratteristico fregio raffigurante l’apparato digerente della badessa Pierina di Cloe-Sassonia. Perché? Non ne ho la più pallida idea. Era solo una maniera come un’altra per iniziare il post. Allo stesso modo, seguendo il mio uzzolo, avrei potuto stracciarvi le palle con un paradosso di Musk, per esempio la sua geniale constatazione che quando un orologio è fermo il tempo prosegue ugualmente il suo corso. Oppure intrattenervi sulle ultime speculazioni dell’astrognomica o della fisiometrica di Fetish, della pratica della Democrazia Diretta di Marioadinolfi a quella del detto e non-detto di Missunderstanding a quella della faida Cosicomesono-Rosenkranz. Ugualmente, è vero che avrei anche potuto restarmene zitto, scelta non priva di vantaggi se non avessi l’incarico di rispondere ad una domanda: è vero che il 2004 sarà l’anno della Sinistra? E siamo arrivati al punto, anzi ad uno dei tanti punti possibili (gli altri ve li dico dopo, tutti). In semiologia, come già in materistica e in protoquantica, destra e sinistra sono solo convenzioni logiche. E in fin della fiera, di fronte alla prospettiva che destra o sinistra possano momentaneamente prevalere nel buffo e arbitrario gioco della storia, io mi sento nel medesimo spirito di Frà Gino. L’anacoreta del quarto secolo che un giorno si lavava il piede destro e il giorno dopo il sinistro, di modo che ogni due giorni fosse matematicamente certo che non puzzassero. Sopra la porta della sua dimora aveva scritto in sanscrito, greco, latino, arabo, aramaico, fenicio e valbrembano una delle poche massime che ha davvero consentito alla cultura occidentale di attraversare indenne guerre, pestilenze, stragi, persecuzioni, torture, inquisizioni, ammazzamenti e rivoluzioni: “Sono cavoli vostri”. (Vi è mai capitato leggendo un post di Nilus e Ottovolanteliala di provare una sconfinata ammirazione unita alla noia più atroce? A me capita spesso. Due mostri di intelligenza, non c’è dubbio. Dal loro prismatico comprendonio estraggono a getto continuo le più sorprendenti geometri logiche. Via via che scrivono, si appassionano della propria sagacia. Il giorno che si appassionassero anche di fronte ad una passione, sarebbero i geni del secolo. Troppo persino per loro.)




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6 novembre 2003

A tutti quelli che, forse, non capiscono

Diventeremo "poveri" di idee? E come facciamo a saperlo, visto che non abbiamo la più pallida idea di che cosa significhi, per noi autoreferenziali bloggers, "essere poveri"? Vuol dire non avere abbastanza cose su cui scrivere o non avere idee originali? Non avere un bel blog o non avere due blogs? Non avere click a sufficienza o avere solo commenti scialbi?
In fondo a rendere così inquieto il futuro, è l'inquietudine del presente: ci si rimprovera che pur vivendo in una comunità fondata sul bene immateriale dell'autoreferenzialità, non siamo riusciti a costruirci, in un anno, uno straccio di "cultura materiale" che ci aiutasse a distinguere il necessario dal superfluo e l'utile dall'inutile.
Deve essere per questo, del resto che ci godiamo così poco l'allegro superfluo e il meraviglioso inutile: li confondiamo con il grigio necessario...)
Ci sono bloggers che hanno decine di splendide idee e patiscono perchè ne vorrebbero condividere altre cento. Sono povere o ricche, secondo voi?
Se abbiamo, della "povertà", un'idea così confusa, è forse perchè abbiamo frequentato malissimo la "ricchezza".




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